Possiamo chiamarla la dieta dell' effetto serra. È un menu da antica campagna, più che da gourmet: patate, fagioli, lenticchie. Proteine e carboidrati dovremo cercarli lì. Perché, nel futuro, ci sono meno pasta, meno pane, meno carne, meno uova, latte, formaggio. Ma non ci costerà di meno, anzi, più di oggi.
C'è una crisi del cibo, infatti, che sta per scatenarsi, quest' anno, in forma e misura non diversa dall' ultima crisi, quella del 2008. In buona parte, è il risultato di una serie di eventi climatici estremi, che si sono abbattuti sulla produzione agricola mondiale. Nessun esperto è pronto a giurare che sia un effetto diretto del riscaldamento globale del pianeta, ma quasi tutti scommettono che questi eventi si ripeteranno sempre più spesso in futuro. In ogni caso, dunque - sia o non sia l' effetto serra il responsabile - la crisi si proietterà al di là del 2011. Anche perché due altri potenti fattori influenzeranno sempre più quello che ci troveremo di fronte a tavola: l'aumento del reddito e della popolazione nei paesi emergenti, che, forse, dovremmo cominciare a definire neo-ricchi. L'elenco degli eventi climatici eccezionali degli ultimi dodici mesi è impressionante. Siccità e incendi in Russia. Alluvioni in Bangladesh, in Pakistan, in Australia. Siccità nelle grandi pianure dell' ovest degli Stati Uniti, in Brasile, in Argentina, in Cina. Troppa pioggia in Indonesia. Troppa poca neve a ovest del Mississippi. In un mercato del cibo sempre più globalizzato (le importazioni di derrate alimentari hanno superato, l' anno scorso, i mille miliardi di dollari), non sono paesi qualsiasi. Come spesso capita con le materie prime, la produzione agricola mondiale destinata ai mercati esteri è concentrata in pochi paesi. Il 60% del granturco e il 30% della soia sui mercati mondiali vengono dagli Stati Uniti. Il 60% dello zucchero viene dal Brasile. Quando il clima avverso colpisce uno di questi paesi, le ripercussioni si avvertono in tutto il mondo.