Si segnala che le iscrizioni sono chiuse in quanto le piazzole sono esaurite.

A causa del maltempo l’iniziativa è stata rimandata a Domenica 13 Novembre.

«L'Italia ha tagliato drasticamente i suoi bilanci obbedendo alle disposizioni della finanza internazionale. E adesso che succede? Si sente dire che non è credibile perché non ha i fondi per sostenere la crescita. Ma questo è il comma 22, una via cieca. Non si può pensare di continuare a cancellare posti di lavoro e futuro senza che si moltiplichino moti di rivolta come quelli che stanno prendendo piede in Italia e in Grecia. La Germania ha dimostrato che uno sviluppo diverso è possibile. Perché non seguite quella strada?». Jeremy Rifkin, il presidente della Foundation on Economic Trends, è venuto a Roma per presentare il suo ultimo libro, La terza rivoluzione industriale. L'appuntamento doveva essere un momento di confronto accademico, è diventato parte di un'attualità drammatica.
L'austerità dei bilanci è sbagliata?
«Non è l'austerità ad essere sbagliata, è la mancanza di un piano di sviluppo che crea i problemi. Per uscire dalla crisi ci vuole una visione del futuro. Bisogna comprendere il nesso fra le tre crisi che abbiamo di fronte, quella finanziaria, quella energetica e quella ambientale. Il carbone e il petrolio, che hanno animato la prima e la seconda rivoluzione industriale, sono in fase di esaurimento, un ciclo di crescita che si pensava come inesauribile è finito. E nel frattempo emergono i danni ambientali prodotti dall'uso dei combustibili fossili perché il carbonio, accumulato sotto terra in milioni di anni e rilasciato all'improvviso in atmosfera, sta modificando il clima».

Non avrà nessuna conseguenza, almeno per ora, il voto dei referendum dello scorso giugno sull’acqua. I due quesiti che hanno ricevuto prima il numero più alto di firme di accompagnamento, e poi il consenso quasi unanime degli elettori, dopo essere passati nelle intercettazioni telefoniche tra Valter Lavitola e il tecnico candidato a dirigere la neonata Agenzia delle Acque, Roberto Guercio, sono stati mandati in soffitta con discrezione dalla Commissione per le risorse idriche. L’eliminazione del profitto sulla gestione del sistema idrico integrato – pari al 7% del capitale investito – secondo il presidente del Conviri Roberto Passino è in sostanza qualcosa di virtuale.
In una lettera inviata al Cncu – la consulta delle associazioni dei consumatori – la commissione delle risorse idriche spiega che quella percentuale abrogata dal secondo quesito referendario in realtà contiene “voci di costo, quale gli oneri finanziari e gli interessi passivi”. In sostanza quello che per la legge corrisponde alla “remunerazione del capitale”, ovvero al profitto, per il Conviri è una voce di bilancio che non può essere completamente eliminata. Attuare il referendum, prosegue Passino, avrebbe conseguenze “sulla copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio”. In altre parole il voto espresso lo scorso giugno potrebbe mettere a rischio gli equilibri di bilancio dei gestori dell’acqua. Una bilancia che ora pende dalla parte delle grandi società dei servizi pubblici locali, in grado fino ad oggi di macinare dividendi milionari.

Il 20 luglio scorso l’esito dei due referendum sull’acqua è divenuto legge e immediatamente applicabile, dopo la firma del decreto del presidente Napolitano. Le società che gestiscono gli acquedotti hanno continuato ad emetter le bollette includendo anche quella parte di tariffa abrogata dal secondo referendum. Le autorità d’ambito – la parte pubblica del sistema idrico, che ha competenza nel decidere le tariffe – hanno rinviato la questione alla Commissione nazionale presieduta da Passino, che fino all’avvio dell’Agenzia delle Acque è l’organo nazionale competente in materia di tariffe idriche.

Difficile spiegare ai non addetti ai lavori i percorsi attraverso i quali si diventa supplente, insegnante di ruolo, dirigente scolastico (adesso i presidi si chiamano così…). Prima ti devi laureare (fino a qui tutti d’accordo), poi devi prendere l’abilitazione (adesso specializzazione) o comprarla (frequentando ad esempio un corso abilitante organizzato dalla tua regione), poi devi fare un adeguato numero di anni come precario (alcuni una vita intera) navigando tra graduatorie di vario tipo (I fascia, II fascia, III fascia, graduatorie di istituto, ecc.), ricorsi al TAR vinti, ricorsi al TAR persi, ricorsi al Consiglio di Stato, inserimenti a pettine, calcolo dei tuoi punteggi in graduatoria, calcolo dei punteggi di chi ti precede in graduatoria, calcolo dei punteggi di chi ti segue in graduatoria, poi (i più fortunati e, ovviamente, i più bravi) passare di ruolo, poi devi superare l’anno di prova (di solito una formalità) e poi (per i superstiti) dopo almeno cinque anni di servizio, puoi ambire a partecipare al concorso per uno dei 2.386 posti in Italia da dirigente scolastico. Ma lo “scherzo” non è finito: prima devi superare le preselezioni. Così 42.158 candidati si sono iscritti per la prova di preliminare al concorso che si è tenuta il 12 ottobre. L’accesso alle due verifiche scritte, più l’eventuale colloquio orale finale, passa infatti per l’obbligo di rispondere positivamente, al massimo in 100 minuti, ad almeno 80 dei 100 quiz multidisciplinari sorteggiati su un elenco di 5.750 quesiti scelto da uno staff di “esperti”. Alle 22 del 5 ottobre (una settimana prima dello svolgimento della prova) sul sito del Ministero sono comparsi gli elenchi dei test da eliminare: 976 quesiti (17 su 100) “con formulazioni che potrebbero in qualche modo indurre in errore i candidati o presentare problemi interpretativi o refusi, che l’Amministrazione ha ritenuto comunque opportuno escludere dall’estrazione”. Per usare una espressione che piacerebbe al ministro Brunetta: non si tratta di una buona performance. Il 6 settembre l’ufficio stampa del Ministero dichiara: “In merito alle segnalazioni pervenute fino ad oggi al Miur riguardo a refusi presenti nei quesiti del concorso per dirigenti scolastici, il Ministero precisa che tali imprecisioni riguardano pochissime domande e non avranno comunque alcuna conseguenza sulla prova d’esame”.

Se il 20% delle famiglie dell’Emilia-Romagna compilasse il questionario del censimento on line, il risparmio sarebbe quantificabile in quasi due milioni di euro. Una cifra tutt’altro che irrilevante, a cui si accompagnerebbe anche un risparmio in termini di tempo per i diretti interessati, e cioè i cittadini.
Ad oggi sono già 119mila gli emiliano-romagnoli che hanno scelto di utilizzare il web: circa il 6% delle famiglie in anagrafe, con un risparmio di 595mila euro. Regione Emilia-Romagna, Legautonomie, Upi, Anci e Uncem, in collaborazione con Istat, hanno deciso di dare un contributo attraverso un’iniziativa comune per pubblicizzare il censimento 2011 e, in particolare, per sostenere la sua compilazione on line.

Poiché il censimento coinvolge circa due milioni di famiglie in Emilia-Romagna, i risparmi potrebbero essere non irrilevanti: se si raggiungesse una percentuale del 10% i risparmi – queste le stime –potrebbero sfiorare il milione di euro, un milione e mezzo se si raggiungesse il 15% e quasi due milioni se addirittura si potesse arrivare al 20%.

Un calcolo fatto dal Comune di Bologna, basato sui possibili risparmi sulle attività di back office (presa in carico dei questionari, movimentazione, revisione quantitativa e qualitativa, confronto censimento-anagrafe, confezionamento e spedizione) stima un risparmio di cinque euro per l’Ufficio Comunale di censimento che deriva dalla compilazione via web del modello da parte dei cittadini. Se e, per esempio, a Bologna il 25% dei questionari (50mila modelli su oltre 200mila) venisse compilato on line dalle famiglie, le risorse risparmiate ammonterebbero complessivamente a circa 250mila euro.

Per un pugno di voti in Molise vince il candidato di destra, inquisito, grazie ai voti di Grillo, tolti al centrosinistra“. Queste parole, sature di lucidità e autocritica, le ha dette un leader carismatico, ficcante e geniale: Dario Franceschini. A cui, ovviamente, non è venuto in mente che: a) se candidi un ex Forza Italia improponibile, a sinistra non ti votano; b) il voto non è qualcosa che si esige, ma che si conquista; c) il Pd perde perché è il Pd. E ha leader come Franceschini.
Ci risiamo. Si è rifatta viva, in tutta la sua arroganza sdentata e spuntata, la pretesa superiorità morale dei gerarchi piddini. I quali, non paghi di sbagliare tutto da quando sono nati, e di fare più danni di Muntari nell’immortale Catania-Inter 2009/10, hanno pure questa bizzarra ambizione: quando si va al voto bisogna votarli. E se non li voti sei colpevole di lesa maestà.
E’ il Teorema Bresso, divenuto poi Teorema Pisapia e ora Teorema Molise. O più in generale, Teorema Pd. Se vincono, è merito loro. Se perdono, è colpa degli altri. E’ un assioma che va bene se lo usa Massimo Moratti, o un intertriste qualsiasi (demandare sempre ad altri – gli arbitri, i complotti, la Stasi, il Kgb, la Spectre, gli Ufo – i propri fallimenti). E’ cosa che fa ridere, nel calcio. Mentre crea disastri, e tanti, in politica. Cioè nella vita dei cittadini.
Il Pd, nonostante un Berlusconi ormai a livelli più fantozziani che da Repubblica di Arcore-Salò, ha vinto soltanto quando ha giocato da solo (Torino), quando non si è comportato da Pd (Milano) o quando – pur non avendo vinto – ha festeggiato per primo e con odiosa sicumera (ultimi referendum).

Zeitgeist, the Movie è un web film non profit del 2007, diretto, prodotto e distribuito da Peter Joseph; è uscito in lingua inglese sottotitolato in diverse lingue, tra cui l'italiano; è da ora disponibile, grazie al lavoro no profit dei ragazzi di Artelier Video, doppiato interamente in italiano. È un documentario diviso in tre parti, apparentemente distinte ma rivolte verso un unico messaggio: * La prima parte tratta della religione cristiana come fosse un mito, comparando la storia del Cristo con quella di diverse religioni precedenti, in particolare con il mito di Horus. Così facendo propone una lettura astronomica della Bibbia. * La seconda parte rivisita gli attentati dell'11 settembre 2001, i possibili artefici dell'attentato, chi possa averne tratto beneficio, e se potevano essere evitati. * La terza parte traccia un filo conduttore tra i grandi conflitti bellici che hanno coinvolto gli Stati Uniti, partendo dalla prima guerra mondiale sino alla seconda guerra del golfo, riconducendo il tutto alle logiche affaristiche dei maggiori cartelli bancari statunitensi e al ruolo principale della stessa Federal Reserve.

Sul promontorio di Capo Vaticano, che Giuseppe Berto definì «uno dei luoghi più belli della Terra», svettano due ville «transgeniche». I proprietari hanno scavato due enormi buche, ci hanno costruito dentro il pavimento e le pareti e chiesto il condono: vasche di irrigazione. Poi, tolta l'acqua, rimossa la terra intorno, aperte le finestre, ci hanno piazzato sopra un tetto et voilà: due ville.
Uno Stato serio le butterebbe giù con la dinamite: non prendi per il naso lo Stato, nei Paesi seri. Da noi, no. Anzi, nonostante sia sotto attacco da anni l'unica ricchezza che abbiamo, cioè la bellezza, il paesaggio, il patrimonio artistico, c'è chi torna a proporre un nuovo condono edilizio. L'ha ribadito Fabrizio Cicchitto: «Se serve si può mettere mano anche al condono edilizio e fiscale. L'etica non si misura su questo ma sulla capacità di trovar risorse per la crescita». Ricordare che lui e gli altri avevano giurato ogni volta che sarebbe stata l'«ultimissimissima» sanatoria è inutile. Non arrossiscono. Ma poiché sono trascorse solo sei settimane dalle solenni dichiarazioni berlusconiane di guerra all'evasione (con tanto di spot) vale almeno la pena di ricordare pochi punti.

Il primo è che la rivista «Fiscooggi.it» dell'Agenzia delle Entrate, al di sopra di ogni sospetto, ha calcolato che dal 1973 al 2003 lo Stato ha incassato coi condoni edilizi, tributari e così via 26 miliardi di euro. Cioè 15 euro a testa l'anno per italiano: una pizza e una birra. In cambio, è stato annientato quel po' che c'era di rispetto delle regole.

Le pessime condizioni di poco meno della metà degli istituti scolastici italiani è tra le cause che ogni anno determinano quasi 100.000 incidenti con protagonisti alunni e docenti. Il dato è contenuto nell’IX rapporto di Cittadinanza Attiva “Sicurezza, qualità e comfort degli edifici scolastici”, che ha di fatto riproposto e commentato i dati ufficiali forniti dall'Inail: gli incidenti scolastici nel 2010 hanno coinvolto 98.429 studenti, (nel 2009 erano 92.060) e 14.735 insegnanti (nel 2009 erano 14.239). Tra le cause più importanti, in ordine di frequenza ci sono: le cadute durante le attività sportive, le cadute accidentali, malori improvvisi o legati a patologie, le cattive condizioni di arredi e mobili, le cattive condizioni degli infissi, l'uso improprio o scorretto delle attrezzature.

Il quotidiano dei socialisti, storpiato nel nome e nei contenuti, pesa 17 milioni di euro. Questa cifra che il governo ha versato a una società di Valter Lavitola, il pescivendolo ancora latitante, solletica la curiosità dei magistrati. Martedì la Guardia di Finanza ha perquisito la redazione di Avanti ! in via del Corso a Roma: come spende Lavitola, editore e direttore, i fondi per l’editoria? Più di 2,5 milioni di euro soltanto nel 2010. Il sottosegretario Paolo Bonaiuti, portavoce del Cavaliere, annuncia la rivoluzione di carta: basta favori, basta copie finte, soldi legati a vendite e occupazione. Bonaiuti dovrebbe cominciare con le quattro pagine dell’amico Valter. Non sapremo mai la diffusione e le spedizioni di una società che nasconde nel bilancio migliaia di euro fra voci mezze vuote e capitoli di spesa stile cruciverba, una casella bianca, una nera. La nostra prima puntata sui contributi ai quotidiani strascina con sé una promessa: ci sono testate come l’Unità e il Manifesto con bilanci specchiati, vendite certificate e prodotti veri, che rischiano di pagare le conseguenze di uno sciagurato Lavitola. E tanti emuli di Lavitola, blindati nel sottobosco di giornali di partito o presunti tali. Sarebbe interessante capire perché la Discussione, 2,530 milioni di euro nel 2010, inserisce nel bilancio l’affitto di un’Audi A8. Sarebbe istruttivo capire perché l’Opinione, 2 milioni di euro nel 2010, evita di riportare l’incasso con le vendite in edicola, tanto per fare una divisione con i numeri stampati nell’anno e approssimare le copie che un lettore paga (!). Sarebbe una scommessa da brividi trovare un italiano che compra Lab il Socialista, il giornale su misura del governatore campano Stefano Caldoro, mezzo milione di euro nel 2010. Purtroppo, è pura fantasia .

L’Avanti


DIRETTORE: Valter Lavitola
CONTRIBUTI: nel 2010 ha ricevuto 2,530 milioni di euro maturati nel 2009
VENDITE: il quotidiano di 4 pagine è praticamente inesistente in edicola, nel bilancio 2010 dichiarava meno di 2 mila euro ricavati con gli abbonamenti e 972 mila con la distribuzione senza specificare di che tipo
DIPENDENTI: nel 2010 hanno lavorato per la testata 15 giornalisti, il costo del personale era di 642 mila euro

Piano a parlar male dei bamboccioni. O a coltivare, come il ministro Brunetta, l'idea di una legge che obblighi i ragazzi a lasciare la casa di papà e mamma a 18 anni. Si rischia di compromettere la fabbrica sociale del Paese e, forse, anche la pace nelle piazze. La crisi, infatti, morde:i consumi si assottigliano, i redditi scendono, i risparmi si sgonfiano, l' economia ristagna. Siamo, probabilmente, arrivati sul crinale di un autunno fra i più bui della storia recente. Se le fabbriche come l'Irisbus cominciassero a chiudere, le banche in crisi a tagliare posti di lavoro, Comuni e Province con le casse vuote a scaricare personale, se i licenziamenti facili previsti dalla manovra del governo diventassero prassi corrente e i rubinetti dell' assistenza agli anziani si prosciugassero, gli effetti potrebbero essere devastanti. A tamponare, almeno fino ad ora, l'impatto della crisi, infatti, è stato soprattutto quel welfare all' italiana, i cui tratti vengono solitamente indicati come il segno della scarsa modernità del Paese. Ovvero, la famiglia. Non, però, quella di cui parlano spesso i cattolici, cioè la famiglia presente e futura. Ma quella passata. In due parole, la rete di protezione è stata finora assicurata dal lavoro di papà, titolare di un vecchio contratto di lavoro a tempo indeterminato. Di fatto, per ora, illicenziabile. I protagonisti della crisi sono, infatti, i giovani che si sono affacciati negli ultimi anni al mercato del lavoro: quelli fra i 25 e i 34 anni. Quella generazione è stata oggetto di un gigantesco esperimento sociale, in nome della flessibilità del lavoro.

Facile farsi eleggere in Parlamento, difficile andarci tutte le mattine. Se piove e se c'è il sole, se è estate o inverno, se si è felici e anche depressi. Dopo l'elezione c'è il periodo di buio, una cornice down che annienta le forze soprattutto in chi dal voto è stato sconfitto e produce la meraviglia di una maggioranza che governa "grazie" all'opposizione, poggia la propria fiducia sulla stanchezza e in fin dei conti sulla sfiducia altrui. Per 5.098 volte la maggioranza ha salvato i suoi commi e i suoi articoli in ragione delle defezioni dei propri competitori. Il 35 per cento del totale dei provvedimenti approvati in questa legislatura scaturisce da questa funzione al contrario. Dal 2008 una legge su tre è giunta sulla Gazzetta Ufficiale grazie alle assenze di chi (a parole) si era impegnato ad opporsi alla sua promulgazione. Le statistiche sono guidate unicamente dai numeri e questi numeri, che Openpolis, l'associazione che monitora i comportamenti funzionali e puramente meccanici della classe politica, confermano e in qualche modo aiutano a spiegare il dato assoluto: l'opposizione troppo spesso, più del prevedibile verrebbe da dire, ha salvato il governo con le proprie assenze. Certo, sviluppati sul versante opposto, gli stessi numeri porterebbero a dire che la maggioranza, fortissima, è risultata fragilissima nel voto parlamentare. Ma questa debolezza, qui il punto, non ha determinatole conseguenze attese. E c'è un perché che i ricercatori (su www.openpolis.it ogni ulteriore ragguaglio statistico) ritrovano nel fatto che l'attività parlamentare «si riduce ad essere una sorta di incombenza ben remunerata, da gestire come si può tra le altre». La crisi della politica risiede appunto nella scarsa passione che i suoi protagonisti al più alto livello manifestano.

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