L'incipit del comunicato stampa emesso da parte dell'ATO dopo la decisione di non eliminare la “remunerazione del capitale investito” dalla tariffa dell’acqua è significativo della concezione di politica dei sindaci della nostra provincia. Dichiarare che è “falso e ingiusto accusare i sindaci di non aver data seguito al referendum” equivale a dichiarare che è ingiusto dire il vero.
Dichiarare che la legge regionale non prevede la remunerazione del capitale investito nel settore idrico ma che “ha riconosciuto che il 6,31% dei capitali investiti p
er realizzare gli investimenti fosse inserito in tariffa per pagare gli interessi”, è un tentativo di cambiare il significato alle parole.
La legge regionale del 2009 in questione, come si evince dai documenti dell'ATO stesso, infatti cambia solamente il metodo di calcolo della remunerazione del capitale investito a partire dal 2009: si remunera il capitale investito con il 7% fino a tutto il 2008 e a partire dal 2009 con un parametro calcolato come l'indice dei mutui bancari a 15 anni (IRS) aumentato di un margine del 2,39%. Ciò fu fatto nel 2009 probabilmente per proteggere l'investitore da una prevista eccessiva fluttuazione dell'IRS. Da notare infatti che se l'IRS superasse il 4,61% la remunerazione del capitale investito supererebbe la soglia nazionale del 7%.
Se preso alla lettera poi, il comunicato dell’ATO sostiene che Iren non ottiene alcun profitto dalla gestione dell’acqua, ma pareggia solo i costi con la tariffa. Se è cosi (ma vorremmo che ci fosse dimostrato e non solo raccontato…) allora Iren gestisce il servizio come opera di bene?? In questo caso non dovremmo aspettarci alcuna resistenza all’eventuale ripubblicizzazione del servizio…è così ?
E' falso e ingiusto accusare i sindaci di non aver dato seguito al referendum. Come abbiamo avuto modo di affermare in un incontro con l'associazione Acqua Bene comune, in Emilia-Romagna, nel 2009, è stata compiuta una revisione tariffaria di dettaglio in cui la Regione ha riconosciuto che il 6,31% dei capitali acquisiti per realizzare
gli investimenti (acquedotti e depuratori) fosse inserito in tariffa per pagare gli interessi.
A Reggio Emilia, dunque, non esiste una remunerazione garantita del 7% (abolita con il referendum a livello nazionale), che secondo la normativa precedente al voto di giugno poteva essere "regalata" ai gestori indipendentemente dagli investimenti realizzati. Questa condizione non esiste a Reggio Emilia: abbiamo, invece, un piano di investimenti di 5 anni (2009-2013) e cancellare l'interesse sul capitale anticipato vorrebbe dire, come nel caso di qualsiasi mutuo, fermare ogni investimento. Parliamo di circa 25 milioni di euro l'anno di nuovi depuratori, fognature ed acquedotti.
Quindi eliminare gli interessi sui capitali investiti (che non rappresentano l'utile del gestore, cosa ben diversa) avrebbe generato un blocco degli investimenti che avrebbe compromesso l'efficienza delle nostre reti producendo nel medio periodo costi ben superiori. Il Piano 2009-2013, frutto della revisione tariffaria regionale, avrebbe previsto per il 2012 un aumento del 4,7%, l'Assemblea Ato ha ridimensionato questa cifra al 3,9%.
Stavolta sembra proprio che il ministero dell’Istruzione faccia sul serio: gli oltre 8-9mila docenti soprannumerari sono destinati a scomparire. A sostenerlo era stata a chiare lettere l’ultima Finanziaria estiva del Governo Berlusconi, che incentivava i docenti rimasti senza cattedra ad essere ricollocati su posti affini. Poi è stata introdotta, all’interno dell’ultimo atto ufficiale della legislatura uscente, la Legge di Stabilità approvata il 12 novembre scorso alla Camera, la norma sul personale del pubblico impiego, scuola e università che prevede per il personale in esubero la mobilità territoriale, anche intercompartimentale; ma anche il ricorso alla “cassa integrazione” e, in ultima analisi, l’ipotesi del licenziamento. Nella scuola delle categorie di docenti più a
rischio è quella degli insegnanti tecnico-pratici in sovrannumero: non a caso, sempre la Legge di Stabilità prevede che questi docenti, quasi sempre solo diplomati, passeranno a svolgere le mansioni di assistente tecnico. Un declassamento non di poco conto, ma per lo Stato indispensabile se i pensa che solo nell’anno in corso ben 3.334 Itp sono risultati privi di titolarità. “Si stima che nell’anno 2012/ 2013 – riportava la Relazione al provvedimento - quota parte di detti ITP, pari a 2.500 unità, potrebbe risultare ancora in esubero e quindi oggetto della presente norma”. Quale è, appunto, l’accantonamento di altrettanti posti di assistente tecnico. Grazie alla mancata copertura dei posti vacanti con personale precario, solo da questa operazione lo Stato guadagnerà 64,5 milioni: 21,5 nel 2012 e 43 nel 2013. Ma come farà lo Stato a ricollocare docenti di in materie specialistiche, come quelle di settore insegnate negli istituti tecnici o professionali? Come farà ad incrementare le abilitazioni all’insegnamento, tanto per fare un esempio, ad un docente che sa solo insegnare l’arte orafa oppure quella della ceramica o, ancora, quella edilizia? Per anni la questione non è stata affrontata (tanto che in alcuni istituti risultano ancora oggi “a disposizione” o impegnati su dei "progetti" decine di insegnanti della stessa materia).
Una valanga di denaro esce dalla Banca centrale europea e si riversa sulle banche europee che ne fanno richiesta, come se fosse un bancomat: 523 istituti ottengono 489 miliardi di euro, un prestito a tre anni a un tasso di interesse molto più basso di quelli di mercato, l’1 per cento. Dei 489 miliardi, le banche italiane ne hanno avuti, stando alle stime che circolavano ieri, 116. Quasi un quarto, offrendo come garanzia 40 miliardi di titoli. E qui si arriva alla parte interessante: le nostre banche sono state le uniche a offrire garanzie così volatili e al contempo pesantissime.
Hanno emesso 40 miliardi di obbligazioni, le hanno sottoscritte (cioè hanno promesso di pagarle loro stesse, sembra astruso ma è così) e le hanno consegnate alla Bce in cambio di 116 miliardi di prestiti. Il tutto grazie alla garanzia
pubblica offerta dal governo nella manovra che ha chiesto sacrifici a tutti tranne alle anche cui ha offerto uno scudo totale: se una banca emette obbligazioni e non riesce a rimborsarle, ci pensa lo Stato, cioè i contribuenti. Ma le regole contabili consentono di non registrare questo potenziale salasso nel conto del debito pubblico. Non solo: nelle intenzioni, i soldi ottenuti dai banchieri dovrebbero essere reinvestiti in parte nel debito pubblico (un ottimo affare, visto che rende oltre il 6 per cento) e nel credito alle imprese e alle famiglie (più rischioso in tempi di recessione, e infatti snobbato dalle banche). “Decideranno loro come impiegarli al meglio”, ha detto tre giorni fa Mario Draghi, presidente della Bce, al Financial Times, ammettendo che l’istituto di Francoforte non ha alcun potere di costringere le banche a usare quei capitali per sostenere il sistema e non, per esempio, per pagare dividendi agli azionisti o stipendi ai top manager.
La camorra reinveste i propri capitali in case e avvia attività edilizie e di compravendita di immobili. Insomma, anche nel reggiano si allargano le mani della mafia, proprio come di recente si è discusso per quanto riguarda il territorio modenese.
Giuseppe Nocera, fedelissimo del boss dei casalesi Michele Zagaria, arrestato lo scorso 7 dicembre nel suo bunker di Casapesenna dopo una lunghissima latitanza, è la figura chiave che, nelle terre emiliane, ripulisce i soldi degli affari illeciti acquistando appartamenti e villette e rivendendole in qualità di amministratore di imprese di costruzione e di società di intermediazione immobiliare. Il 51enne Nocera risiede da tempo a Fabbrico, nella Bassa reggiana, e risulta legato da rapporti di parentela, oltre che di affari, a Michele Zagaria, in quanto cugino di Raffaele Capaldo
che, a sua volta, è cognato del boss.
Tutti i beni in odore di camorra sono finiti sotto sequestro nell’ambito di una maxi operazione coordinata dalla Dda e dalla Procura di Napoli, oltre che dalla questura di Caserta e dal direttore della Dia. L'operazione ha toccato i territori di Napoli, Caserta, Rodi Garganico in provincia di Foggia e Verona, oltre che la provincia reggiana. Si tratta di affari per un valore complessivo di circa 50 milioni di euro.
Nel reggiano, il provvedimento ha riguardato i beni e le società intestate in toto o in parte a Nocera, il quale, insieme al 57enne Nicola Capaldo e all’avvocato 51enne Michele Santonastaso, anch'essi destinatari dei provvedimenti, faceva affari insieme al manager di fiducia di Zagaria, ovvero il 62enne Pasquale Pirolo, arrestato a Barcellona nel 1983 insieme ad Antonio Bardellino, fondatore dell’associazione criminale “Nuova famiglia”, e divenuto negli anni finto collaboratore di giustizia e principale referente dei Casalesi per gli investimenti patrimoniali.
Le tappe della vergogna. Vergogna perché all'ultima assemblea ATO, nonostante le promesse, non è stato dato seguito al voto popolare di oltre il 68% dei cittadini della Provincia di Reggio Emilia: per numeri coinvolti il più grande voltafaccia politico degli ultimi decenni, voltafaccia di cui tutti i Sindaci della Provincia dovranno rispondere pubblicamente ai loro concittadini che hanno votato al referendum.
A fine settembre l'Assessore Provinciale Tutino e il Sindaco Incerti scrivevano in un comunicato: “lavoreremo per adeguare agli esiti del referendum le tariffe, senza compromettere i piani di investimento e gli interventi già promessi ai cittadini”; di nuovo a inizio dicembre è passato un ordine del giorno in Consiglio Provinciale che “impegna la Presidente e l'Assessore competente della Provincia di Reggio a rispettare la volontà popolare, emersa dall’esito referendario, e proporre ogni possibile soluzione che elimini il costo dovuto al gestore per l'acquisizione delle risorse necessarie per l'attuazione dei piani di investimento (remunerazione del capitale investito), riducendo di conseguenza anche le tariffe”. Ieri finalmente dopo tre mesi che ne chiedevamo la convocazione si è riunita l'ATO per deliberare anche sulle tariffe: un punto che all'ordine del giorno risultava scritto in maniera piuttosto vaga ma che ha avuto alcune delucidazioni esclusivamente in sede di presentazione orale, con opinioni comunque ondivaghe e contrastanti (perché è così difficile raccogliere opinioni limpide sull'argomento acqua? Il referendum è stato vinto in maniera netta! Soprattutto nella nostra provincia). Alla termine di una relazione dove si continua a fare volutamente confusione tra il termine “remunerazione” e “costo” al puro scopo di salvaguardare l'interesse del gestore e difendersi dalle sue intimidazioni di non fare più investimenti, si è ratificato praticamente senza discussione solo l'aumento annuale previsto per il 2012 (leggermente inferiore alle aspettative per mancati investimenti): 3,9%.
Ma ricordiamo che adeguare la tariffa al secondo referendum significava approvare una riduzione almeno dell'11%.
LA BOLLETTA DELL'ACQUA ANDAVA ABBASSATA PER LEGGE E INVECE E' STATA AUMENTATA.
Cari Sindaci dell’ATO di Reggio Emilia,
In data 27 settembre 2011 abbiamo inviato all’ATO e a tutti voi una lettera di diffida ad applicare con tempestività l’esito del referendum abrogativo del 12 e 13 giugno 2011 che ha espunto dalla tariffa del Servizio Idrico Integrato “la remunerazione del capitale investito”.
Né l’ATO né alcuno di voi si è premurato di rispondere, il che non è proprio un bel gesto di rispetto verso l’esito referendario e il voto dei vostri stessi cittadini.
Siamo qui a ricordarvi quella richiesta, del tutto legittima e a porvi una questione politica: come pensate di conciliare il voto espresso in modo così chiaro e s
chiacciante (quasi 70% di votanti in provincia e 95% di SI) dai vostri cittadini, e da voi stessi, con il “far finta” che nulla sia accaduto ?
Possibile che l’interesse ai dividendi di Iren venga prima di ogni altra considerazione? Cosa pensavate quando avete votato SI, come la stragrande maggioranza dei cittadini italiani, al secondo referendum sull’acqua ?
Noi, in compagnia di 27 milioni di italiani, pensavamo ad affermare un principio tanto semplice quanto forte: FUORI i PROFITTI dalla gestione dell’acqua, in quanto Bene Comune primario. Il SI a questo referendum ha rappresentato per noi la leva più efficace per contrastare la privatizzazione e tornare ad una gestione pubblica che deve essere si efficiente, ma perseguendo obiettivi sociali ed ambientali incompatibili con la logica del profitto.
Per voi invece cosa ha significato ?
Fino a pochi anni fa il gioco d'azzardo era confinato in una nicchia ai margini della legge. Oggi l'Italia assomiglia a una gigantesca bisca di Stato. Solo negli ultimi dieci anni, tra lotterie, new slot, jackpot e scommesse di ogni tipo, ci siamo giocati più di 400 miliardi di euro. Una cifra pazzesca: più di un quinto di tutta la montagna di debito pubblico accumulato dall'Italia in 150 anni di storia. E mentre la recessione sconvolge l'economia mondiale, il business del gioco legale non conosce crisi, anzi è in continua crescita: nel 2011 le puntate degli italiani sono arrivate a superare la quota record di 6 mila milioni al mese e l'anno si dovrebbe chiudere con un totale di oltre 72 miliardi.
Il poker cash, che è solo l'ultima trovata on line, è fresco di legalizzazione, eppure già raccoglie poco meno di un miliardo al mese. Un mercato spaventosamente liquido, diviso tra pochi grandissimi concessionari e decine di migliaia di imprese minori, con regole davvero speciali. La più vistosa è che le tasse sono molto basse. E nell'ultimo decennio i governi di ogni colore hanno fatto a gara per ridurle. Quindi l'affare è sempre più ricco, ma l'indebitatissimo Stato italiano si accontenta, a conti fatti, di un settimo della torta. Mentre la Guardia di Finanza svela che l'illegalità è diffusissima. E i magistrati più attenti avvertono che scommesse illecite e giochi anche leciti rappresentano "la nuova frontiera della criminalità mafiosa".
Primi al mondo. C'era una volta un divieto generale, con rare eccezioni: totocalcio, lotto e scommesse regolari sui cavalli. Dalla fine degli anni '90 è iniziata la liberalizzazione. All'italiana. In Svizzera, prima di aprire 22 nuovi casinò, il governo ordinò un'indagine epidemiologica per studiare i danni del gioco. In Italia, come avverte una ricerca del Censis sostenuta dal Codacons, "non c'è stato anno, dal 1997 in poi, in cui l'esecutivo non abbia introdotto nuove offerte di gioco d'azzardo pubblico". Senza analisi né precauzioni. Da Berlusconi a Prodi, dai decreti di Bersani alle manovre di Tremonti, tutti i governi hanno continuato a regalare nuovi spazi alle piccole e grandi imprese del gioco organizzato, spesso ben agganciate ai partiti.
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